Nelle ultime settimane, le piazze italiane si sono gremite di studenti e giovani desiderosi di far sentire la propria voce. La loro richiesta è stata semplice: «Siamo stanchi, vogliamo un futuro diverso e, possibilmente, migliore dell’attuale». Tante sono state le tematiche al centro delle proteste: dal genocidio silente che sta avvenendo Gaza al carovita, dalla difesa dei diritti umani fino alla disugualità tra le classi sociali.
Tutti questi argomenti presentano un denominatore comune: la stanchezza. I giovani sono esausti di vivere in un mondo in cui ogni crisi viene presentata come inevitabile e dove ogni potenziale emergenza viene ridotta a una normalità alla quale dovremmo abituarci. Sono stanchi che la speranza di cambiamento venga spenta chirurgicamente da un sistema che reprime il dissenso piuttosto che ascoltarlo. E forse ragazzi sono ancora più esausti nel sentirsi recitare la morale da coloro che si sono arresi e rassegnati a convivere in questo sistema.
Questi giovani hanno il disperato bisogno di essere ascoltati, compresi e aiutati perché sono tra i pochi ad essersi mossi in prima persona (non solo per il loro stessi) per il futuro di tutti quanti noi. E allora sarebbe il minimo, stare al fianco di coloro che non hanno ancora conosciuto la rassegnazione o l’indifferenza, piuttosto che demonizzarli. Se saranno i giovani coloro che dovranno salvare il mondo, quantomeno diamogli la possibilità di farlo.
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Le ragioni dietro la rabbia
Dietro le manifestazioni non ci sono soltanto slogan o bandiere, interessi economici o infiltrazioni mafiose (come dichiarato recentemente da qualche esponente politico), ma problemi concreti che attraversano la vita quotidiana di un’intera generazione e non solo. Ci sono i salari che sono fermi da trent’anni, un lavoro precario fatti di contratti che scadono dopo pochi mesi, un mercato immobiliare colpito dall’inflazione in cui il solo affitto consuma gran parte dello stipendio, mentre comprare casa sta diventando un lusso per pochissimi. Per queste ragioni un sacco di giovani espatriano dall’Italia verso mete in cui sperano di trovare prospettive di vita più rosee, o quantomeno più meritocrazia.
Già… la parola merito. Un termine tanto abusato durante le campagne elettorali, quanto dimenticato in seguito. Oggi chi nasce in una famiglia con poche risorse ha possibilità ridotte di studiare e costruirsi una vita autonoma al pari di tutti i concittadini. Le condizioni di partenza dovrebbero essere le stesse e, invece, si sta costruendo un sistema sempre più privatizzato. Risorse tagliate nell’istruzione, con metà delle scuole obsolete che necessitano un ammodernamento. Tagli alla sanità, con liste interminabili nel pubblico, dove curarsi tempestivamente ormai è diventato privilegio solo per chi se lo può permettere. In un sistema nel quale le risorse per finanziare conflitti e guerre sembrano non mancare, fa rabbia che sia l’ambito sociale ad essere sacrificato, contribuendo ad allargare la forbice tra ricchi e poveri.
E di fronte a una spietata realtà appare così strano che i giovani, prosciugati dalle possibilità di un futuro prospero, decidano di scendere in piazza? La domanda, semmai, dovrebbe essere un’altra: perché ci siamo abituati a considerare tutto questo sistema lecito e normale?
«Andassero a lavorare e non creassero disagi». Le solite frasi che hanno stancato
«Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, allora non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.»
Enrico Berlinguer
Le parole dello storico leader del PCI appaiono un paradosso rispetto al mondo politico attuale. Ad oggi non solo le ragioni della protesta vengono ignorate (se non censurate) dal mondo politico, ma si è innescato il contro-meccanismo in cui sono state minimizzate le ragioni della manifestazione. «Molti ragazzi non sanno nemmeno perché manifestano». «Scioperano soltanto per fare il weekend lungo». «Una protesta non dovrebbe disturbare chi lavora». Sono frasi che conosciamo fin troppo bene, i soliti slogan ripetuti ogni volta che questa generazione prova a denunciare un disagio collettivo e chiedere un futuro migliore.
Gli isolati episodi violenti sono stati usati dai media per depistare il dibattito pubblico solo su questo lato della protesta. Per quanto la violenza vada condannata, questa generazione sta subendo da tempo una violenza invisibile e duratura che la sta privando di qualsiasi possibilità di futuro. Quindi non ci sarebbe da sorprendersi che quando le continue richieste d’aiuto rimangono inascoltate, poi sia lecito in stato di disperazione alzare la voce più del dovuto di fronte a ciò che si ritiene essere un’ingiustizia. Pretendere che il dissenso sia sempre silenzioso, ordinato e soprattutto innocuo significa svuotarlo del suo significato. D’altronde la storia ci insegna che molti diritti nella storia sono stati conquistati rompendo lo status quo, che appariva intoccabile.
Il vero pericolo è arrendersi e smettere di lottare
Il paradosso è che spesso le stesse generazioni che rimproverano ai giovani di essere disinteressati sono le prime a criticare i partecipanti quando scendono in piazza. La vittima di un tempo si è trasformato nel carnefice odierno. Se restiamo a casa, siamo apatici e pigri; se scendiamo in piazza, siamo poco maturi, manipolati o violenti e se parliamo di diritti e denunciamo le disuguaglianze, siamo idealisti e utopici. Sembra che l’unica scelta accettabile sia solo una: stare inermi al proprio posto, studiare, lavorare e aspettare che lo stato delle cose migliori da sé.
Questo è quello che vorrebbe il potere, ma i giovani stanno reagendo dato che sono coscienti che il tempo sta scadendo. Di fronte alla crisi del riscaldamento globale, che sta distruggendo il nostro pianeta nell’indifferenza generale, le nuove generazioni non hanno alcuna intenzione di vivere secondo un copione scritto da altri, senza nemmeno la possibilità di ribellarsi. E se la politica è un mare magnum che ingloba tutto, non si può e non si deve rimanere indifferenti, perché anche il non schierarsi equivale a una scelta. E allora più che criticare con i soliti slogan i giovani che prendono posizione, sarebbe opportuno domandarsi il perché tanti ignavi non abbiano agito negli anni passati.
Mattarella: basta indifferenza, è il momento di ascoltarli
Per concludere citiamo le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
«Non ci si può rivolgere ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o peggio di meschina sottovalutazione. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili le istituzioni e tutte le forze della società. Occorre uno sguardo di ampia visione, strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro, del timore di asservimento o emarginazione.» Sergio Mattarella
Il richiamo di Mattarella appare come un potente faro nella nebbia. Un messaggio che dovrebbe far riflettere tutti, soprattutto chi, invece di ascoltare, preferisce distribuire giudizi dall’alto, limitandosi a utilizzare stereotipi e luoghi comuni che servono solo per parlare alla pancia delle persone. Le nuove generazioni non pretendono di avere sempre ragione, chiedono solo di essere ascoltate seriamente, perché loro saranno i protagonisti del futuro.
Il desiderio di costruire una realtà che valorizzi il merito, che sia spinta alla ricerca di nuovi diritti civili/sociali e non debba lottare per proteggere quelli conquistati sinora, e che si impegni alla ricerca di tregue, piuttosto che di nuovi conflitti. E poi c’è l’auspicio che gli adulti non trasformino la propria rassegnazione in un modello da imporre a chi viene dopo. Perché non è vero che le cose sono sempre andate così, che non possano cambiare in un futuro prossimo. Se oggi esistono ancora giovani che protestano, a loro va solo un grosso ringraziamento per averci fatto ricordare che un destino potrà essere già scritto, ma la firma è sempre quella dell’uomo.












