L’attacco attribuito a uomini armati contro la chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, nel governatorato giordano di al-Karak, il 23 ottobre 2026, solleva interrogativi che vanno ben oltre la dimensione strettamente securitaria: la Giordania si trova di fronte a una nuova ondata di estremismo religioso? E gli attacchi contro i cristiani potrebbero diventare uno strumento per minarne il senso di sicurezza e indurli a emigrare, come è accaduto in Iraq e in Siria?
La gravità di un simile episodio non si misura soltanto dal numero delle vittime, ma anche dal rischio che la paura finisca per minacciare una delle comunità religiose e sociali più antiche del Levante. Non vi sono tuttavia, allo stato attuale, prove accertate che l’episodio faccia parte di un piano organizzato per costringere i cristiani a lasciare il Paese: una distinzione indispensabile tra timori legittimi e conclusioni che richiedono riscontri investigativi.
I cristiani di Giordania: una presenza radicata nella storia
I cristiani giordani non costituiscono una comunità arrivata di recente, ma una componente originaria della storia e dell’identità culturale del Paese. Il cristianesimo si diffuse a est del Giordano fin dai primi secoli della nostra era; in epoca bizantina vi fiorirono chiese e monasteri, mentre i siti di Madaba, del Monte Nebo e di Betania oltre il Giordano testimoniano ancora oggi la profondità di questa eredità.
La presenza cristiana proseguì anche dopo la conquista islamica, consolidando nei secoli legami familiari, tribali e sociali tra musulmani e cristiani, soprattutto ad al-Karak, Madaba e al-Salt. I cristiani hanno partecipato alla costruzione dello Stato giordano moderno e contribuito alla sua vita politica, economica e culturale. Colpirli significa dunque colpire una parte della stessa storia nazionale.
L’estremismo in Giordania: una minaccia già conosciuta
L’estremismo jihadista non è un fenomeno sconosciuto alla Giordania. Abu Musab al-Zarqawi, figura centrale di al-Qaeda in Iraq, era giordano; nel 2005 alcuni alberghi di Amman furono colpiti da attentati, mentre nel 2016 al-Karak fu teatro di attacchi rivendicati dall’ISIS.
Grazie alla tenuta delle istituzioni, all’azione degli apparati di sicurezza e alla coesione sociale, il Paese è riuscito a evitare il collasso vissuto da alcuni vicini. La questione, dunque, non è se l’estremismo possa raggiungere la Giordania — è già accaduto — ma se oggi le correnti radicali siano in grado di ricostituire reti, reclutare nuovi adepti e sfruttare le tensioni regionali per colpire civili e luoghi di culto. Se venisse accertata una motivazione di odio religioso, la risposta non potrebbe limitarsi all’identificazione degli esecutori: dovrebbe affrontare anche le idee che legittimano la violenza contro chi professa una fede diversa.
Il rischio di ripetere la tragedia irachena e siriana
In Iraq, il ridimensionamento della presenza cristiana non è stato soltanto una conseguenza della guerra. Dopo il 2003, omicidi, sequestri, minacce e attentati contro le chiese hanno alimentato un clima di insicurezza, culminato nel 2014 con la conquista di Mosul e di parte della Piana di Ninive da parte dell’ISIS, le espulsioni forzate e la distruzione o confisca di beni e luoghi di culto.
In Siria, comunità cristiane storiche, fra cui quelle dei villaggi assiri lungo il Khabur e di Maalula, hanno subito violenze, rapimenti e sfollamenti durante la guerra. Insieme al deterioramento delle condizioni economiche e della sicurezza, questi eventi hanno accelerato l’emigrazione.
La lezione è chiara: lo sradicamento di una comunità non comincia necessariamente con un ordine esplicito di espulsione. Può iniziare quando viene meno la fiducia nella possibilità di vivere in sicurezza. Se una chiesa, un funerale o una festa religiosa diventano occasioni di paura, le famiglie cominciano a interrogarsi sul futuro dei figli. Ciò non significa, tuttavia, che la Giordania sia destinata a seguire lo stesso percorso: le condizioni politiche, istituzionali e sociali sono profondamente diverse e non è stato dimostrato alcun piano per espellere i cristiani giordani.
Perché colpire i cristiani? E chi potrebbe trarne vantaggio?
Se fosse accertato che la chiesa è stata scelta proprio per l’identità religiosa delle persone presenti, l’attacco assumerebbe un significato intimidatorio rivolto all’intera comunità cristiana. Le organizzazioni estremiste potrebbero considerare simili azioni un mezzo per alimentare divisioni, indebolire la fiducia nello Stato e compromettere l’immagine della Giordania come Paese di stabilità e convivenza.
La posizione geopolitica del Regno rende inoltre ogni tensione interna potenzialmente sfruttabile nel contesto dei conflitti regionali. Ma individuare chi potrebbe beneficiare di un attentato non equivale a dimostrarne la responsabilità. Soltanto le indagini potranno chiarire identità, motivazioni ed eventuali collegamenti degli aggressori.
La specificità giordana e la difesa del pluralismo
La Giordania conserva istituzioni statali stabili e una società nella quale i cristiani sono profondamente integrati nelle strutture familiari, tribali e civiche. Anche la monarchia hashemita ha svolto un ruolo significativo nella tutela dei luoghi santi e nella promozione del dialogo interreligioso.
Preservare questa peculiarità richiede però più delle sole misure di sicurezza. Occorre perseguire i responsabili delle violenze, contrastare l’incitamento all’odio, rafforzare l’uguaglianza nella cittadinanza e garantire che nessuno si senta meno protetto a causa della propria fede. I cristiani giordani non sono ospiti da tutelare eccezionalmente: sono cittadini a pieno titolo, parte integrante della storia e della costruzione del Paese.
La Giordania di fronte alla prova della storia
Negli ultimi decenni il Levante ha perso una parte dolorosa della propria diversità religiosa e culturale. L’esodo dei cristiani dall’Iraq e dalla Siria è stato una delle conseguenze più drammatiche di guerre, estremismo e insicurezza. La Giordania, che ha preservato una notevole coesione sociale nonostante le crisi circostanti, deve impedire che la paura si radichi al suo interno.
La domanda non è soltanto chi abbia colpito la chiesa, ma se si sia cercato di incrinare la convivenza nazionale e di rendere precario il futuro dei cristiani. Finché le responsabilità non saranno chiarite, il compito dello Stato e della società è impedire che la violenza si trasformi in una spirale di sfiducia e divisione.
I cristiani di Giordania non sono i superstiti di una storia destinata a scomparire: sono parte dell’identità, della memoria e del futuro del Paese. Se l’estremismo ha contribuito a sradicare comunità cristiane storiche in Iraq e in Siria, la sfida giordana è impedire che la paura riesca a separare queste comunità dalla loro terra, là dove secoli di trasformazioni storiche non sono riusciti a farlo.






