La recente svolta legislativa nello Stato del Massachusetts – che attraverso la firma della governatrice democratica Maura Healey ha rimosso i riferimenti all’età gestazionale per l’interruzione di gravidanza – impone una riflessione che supera i confini del dibattito giuridico e politico per addentrarsi nei territori della psicologia clinica, dell’antropologia e della bioetica. Con l’approvazione del Prioritizing Patient Access to Care Act, il Massachusetts si unisce a una stretta cerchia di Stati americani che non pongono limiti temporali all’aborto, demandando l’intera valutazione alla deliberazione della madre, considerato che il suo non volere il bambino è ritenuto, nella prassi attuale, motivo sufficiente a giustificare l’aborto.
Se fino a ieri il nucleo del dibattito si concentrava sul confine biologico e psicologico in cui il feto potesse essere riconosciuto come “persona”, l’estensione della liceità dell’intervento fino al nono mese sposta drammaticamente l’asse del problema. A questo stadio dello sviluppo, l’evidenza clinica e neonatologica è incontrovertibile: il bambino possiede una propria e definita individualità biologica e psichica, è in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno e il legame simbiotico si è già evoluto verso una potenziale autonomia vitale. Riconoscere questa realtà significa ammettere che il focus non è più la definizione dell’umanità dell’altro, ma il valore che la nostra società attribuisce a tale umanità quando essa entra in conflitto con i desideri del singolo.
L’estremizzazione dell’autodeterminazione
Da una prospettiva psicoterapeutica, assistiamo a una radicalizzazione del concetto di libertà assoluta e di autodeterminazione individuale. Quando l’autodeterminazione viene svincolata dal principio di reciprocità e dal dovere di cura verso l’alterità vulnerabile, si trasforma in un assolutismo pulsionale. In questo scenario, il consenso rischia di diventare non più uno strumento di tutela paritaria, ma un terreno di negoziazione asimmetrico, dove chi detiene il potere contrattuale, biologico o sociale – il “forte” – finisce inevitabilmente per prevaricare sul “debole”.
Il neonato, o il feto a termine, incarna lo statuto della massima vulnerabilità: è un soggetto privo di voce, incapace di negoziare la propria esistenza o di esprimere un consenso. Quando l’ordinamento giuridico e il tessuto culturale legittimano l’eliminazione della vita in questa fase, si compie una vera e propria demistificazione ideologica. Cade la maschera dell’autodeterminazione come espressione di progresso civile e si rivela la sua ombra: un meccanismo difensivo di matrice egocentrica, volto a neutralizzare l’irruzione dell’altro qualora quest’ultimo sia percepito come una minaccia per il proprio benessere o per la qualità di vita desiderata.
Quando l’altro diventa un oggetto
Questa tendenza non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in una più ampia e progressiva deriva verso un individualismo esasperato che caratterizza la postmodernità. Dal punto di vista clinico, l’egocentrismo ipertrofico mina le basi stesse dell’empatia e della capacità di mentalizzazione, ovvero l’abilità psicologica di comprendere gli stati mentali, i bisogni e la dignità intrinseca degli altri esseri umani.
Si assiste a una drammatica disumanizzazione dei rapporti interpersonali. L’altro cessa di essere un “tu” con cui entrare in relazione e diventa un “oggetto” valutato esclusivamente in base all’utilità, al gradimento o al livello di limitazione che impone alla libertà individuale. Questo processo psicologico di oggettivazione è pericolosamente trasversale e si manifesta in molteplici piaghe della nostra società. Non si può non cogliere una preoccupante analogia strutturale con la dinamica profonda che alimenta i cosiddetti femminicidi e le violenze relazionali: in entrambi i casi, l’azione distruttiva scatta quando l’altro (la partner che rivendica autonomia, o il figlio non desiderato o portatore di una diagnosi infausta) viene percepito come un ostacolo intollerabile al proprio narcisismo, al proprio desiderio o al controllo sulla propria esistenza. La soluzione sintomatica diventa l’eliminazione fisica dell’ostacolo.
Il parallelo tra l’atteggiamento nei confronti della vita nascente e la più ampia violenza relazionale si estende dai rapporti di coppia ai contesti di cura e assistenziali, come RSA e centri di accoglienza per anziani e disabili, rivelando una comune matrice di disumanizzazione in cui il soggetto vulnerabile viene percepito come un ostacolo al proprio ego. Questa logica si riflette anche nei rapporti tra pari e nel bullismo giovanile, evidenziando la necessità urgente di rifondare un’etica della responsabilità e della cura protettiva di fronte alla fragilità altrui.
Una cultura che genera angoscia
Come terapeuti, siamo quotidianamente chiamati a curare le ferite di una società che soffre per la frammentazione dei legami stabili e per l’incapacità di tollerare la frustrazione del limite. Una cultura che promette una libertà senza vincoli e senza sacrifici è una cultura che genera solitudine e angoscia profonda, poiché cancella la dimensione della cura e dell’affidamento reciproco.
Per arginare questa deriva etica e psicologica, è urgente promuovere una cultura che rimetta al centro la responsabilità verso l’alterità. La maturità psicologica dell’individuo non si misura nella capacità di abbattere ogni limite esterno per affermare il proprio Io, ma nella capacità di accogliere il limite che l’esistenza dell’altro ci impone. Solo riscoprendo la bellezza del legame, della vulnerabilità condivisa e della tutela attiva di chi non ha voce, potremo sperare di restituire umanità ai nostri rapporti e di rifondare un patto sociale autenticamente solidale.






